Nel silenzio del fondale, tra praterie sommerse e rocce ricoperte di vita, un tempo si ergeva maestosa una delle creature più emblematiche del Mediterraneo. Alta, elegante, immobile eppure vitale: la nacchera, Pinna nobilis.
Oggi, quel simbolo è diventato una presenza rara. Quasi un ricordo.

La più grande, la più fragile
La Pinna nobilis è il più grande mollusco bivalve endemico del Mediterraneo. Può superare il metro di altezza, ancorandosi al fondale grazie a robusti filamenti chiamati bisso, e offrendo rifugio a un’intera comunità di organismi.
La sua superficie esterna, spesso colonizzata da spugne, alghe e piccoli animali, diventa un vero e proprio micro-ecosistema verticale, una casa per la biodiversità in un ambiente tridimensionale.
Eppure, questa imponenza non l’ha protetta.

L’epidemia invisibile
A partire dal 2016, un patogeno sconosciuto fino a pochi anni fa — Haplosporidium pinnae — ha iniziato a diffondersi nel Mediterraneo.
Il risultato è stato devastante:
oltre il 99% della popolazione è scomparso in pochi anni.
Un collasso silenzioso, rapido, quasi impossibile da fermare.
Nel Golfo di Trieste, l’epidemia è arrivata nel 2019. Fino a quel momento, l’Area Marina Protetta di Miramare custodiva una popolazione di oltre 10.000 individui.
Poi, improvvisamente, il vuoto.

Gli ultimi sopravvissuti
Oggi, gli esemplari vivi sono pochissimi. Alcuni di loro vengono mantenuti e monitorati all’interno di vasche di ricerca, veri e propri rifugi temporanei per una specie sull’orlo dell’estinzione.
Ma proprio in questi ultimi individui si nasconde la speranza.
Perché alcuni sembrano mostrare una possibile resistenza genetica al patogeno.
La risposta della comunità scientifica è stata immediata e coordinata.
Dal 2021, l’Area Marina Protetta di Miramare è entrata a far parte del progetto europeo Life Pinna, un’iniziativa quadriennale finanziata dall’Unione Europea con obiettivi ambiziosi:
- individuare gli ultimi esemplari vivi lungo le coste
- studiarne la genetica e le possibili resistenze
- sviluppare strategie per la reintroduzione in natura
A lavorare su questo fronte sono numerosi enti di ricerca, tra cui l’Università degli Studi di Trieste, la cooperativa Shoreline e partner internazionali come ARPAL, il Parco Nazionale dell’Asinara e istituti di ricerca italiani ed europei.

Tra mare e laboratorio
Il lavoro dei ricercatori si muove su due fronti.
Sott’acqua, attraverso immersioni e transetti scientifici, vengono monitorati i fondali per individuare esemplari ancora vivi. Ogni individuo viene mappato, misurato, studiato.
Sulla terraferma, nei laboratori, si analizzano tessuti e campioni genetici per comprendere i meccanismi dell’infezione e identificare eventuali resistenze.
Alcuni esemplari recuperati durante la moria vengono studiati dopo la morte:
un passaggio doloroso, ma fondamentale per comprendere la malattia.
E poi ci sono i più piccoli.
Minuscoli, fragili, quasi invisibili: giovani nacchere di pochi millimetri, custodite nelle vasche di ricerca. In loro si concentra l’intero futuro della specie.

La forza delle immagini
In questo contesto, la fotografia diventa uno strumento essenziale.
Documentare la ricerca, raccontare la crisi, rendere visibile ciò che accade sotto la superficie: le immagini hanno contribuito in modo significativo a sensibilizzare il pubblico e a dare voce a una specie che non può raccontarsi.
Mostre come Art4Fan, attività di divulgazione, articoli e contenuti educativi hanno portato la storia della nacchera fuori dai laboratori, trasformandola in una storia condivisa.
La scomparsa della Pinna nobilis non è solo una crisi ecologica.
È il riflesso di un cambiamento più ampio, che coinvolge l’intero Mediterraneo:
un mare sempre più caldo, sempre più fragile, sempre più esposto.
Eppure, tra le difficoltà, resta una possibilità.
Ogni esemplare sopravvissuto, ogni giovane individuo cresciuto in laboratorio, ogni dato raccolto rappresenta un passo verso la comprensione — e forse, verso il recupero.

L’ultima nobile
La chiamano così, a volte: l’ultima nobile.
Un nome che racchiude eleganza e malinconia.
Ma anche responsabilità.
Perché salvare la nacchera significa proteggere un intero ecosistema, una storia evolutiva millenaria, e una parte del nostro mare che rischia di scomparire senza lasciare traccia.
E in quel gesto — nel prendersene cura — c’è forse il senso più profondo della ricerca scientifica:
non solo capire il mondo, ma imparare a custodirlo.









L’ultima nobile è un progetto di divulgazione scientifica dove protagonista è Pinna nobilis, il più grande mollusco bivalve del Mediterraneo che è attualmente a grave rischio di estinzione a causa di diversi fattori, uno fra tutto il parassita protozoo Haplosporidium pinnae che, nel giro di pochi anni è riuscito a diminuire del 98% la popolazione di questo mollusco nell’intero Mare nostrum. Questo progetto ha avuto numerosi prodotti finali che hanno contribuito a comunicare la storia di Pinna, non solo nel territorio regionale ma anche a livello nazionale e di area mediterranea.
Il logo del progetto

Articolo che parla del progetto






La mostra di Arte&Scienza del progetto
Il progetto si è trasformato in una mostra di Arte&Scienza dal titolo Art4fan, dove 16 artisti hanno cooperato per lo sviluppo delle opere che sono andate a rappresentare la storia di Pinna nobilis e le ricerche che sono state fatte da scienziati e scienziate per poter capire come l’agente patogeno si comporti all’interno dell’organismo di questo animale, quali possano essere le azioni non invasive che i ricercatori possono fare per studiare questa specie e quali sono i progetti che bisogna assolutamente sviluppare per salvarla. Ho potuto curare personalmente la mostra Art4Fan andando a costituire i testi della mostra, il percorso narrativo artistico e la scelta degli artisti che hanno partecipato. Si è sviluppato qualcosa di nuovo, di molto creativo e di assoluta funzionalità che ci ha permesso di far conoscere questa specie ai cittadini triestini durante l’esposizione. Potete osservare le varie opere nel sito dell’Area Marina Protetta di Miramare (cliccate qui).